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L’Italia è una e indivisibile. Solo nel vessare gli imprenditori

Quello che state leggendo è un messaggio totale, assoluto e incondizionato di solidarietànordista” nei confronti di Emilio Missuto, imprenditore edile di Gela, 39 anni e 50una e indivisibile dipendenti mandati a casa, che il tribunale ha dichiarato fallito poiché in debito verso il fisco di 37mila euro in tasse e contributi arretrati non versati mentre però lo Stato, senza battere ciglio, di euro gliene deve un milione in fatture non saldate per lavori pubblici da tempo eseguiti. La notizia l’avete letta sui giornali e sentita ai tiggì. Un attimo fuggente travolto dalle mille altre news più o meno interessanti.

La notizia non è nuova, ne abbiamo sentite a iosa di vicende così. Il signor Missuto di Gela non è il primo e purtroppo certamente non sarà l’ultimo a fallire per un debito irrisorio verso il fisco a fronte di un credito enorme con lo Stato. E il male è proprio questo. Quante volte ancora la cosa capiterà, quante volte anche succederà, quante volte ancora la storia si ripeterà? Sempre troppe. Che razza di Paese è quello in cui un imprenditore, cioè il nerbo stesso della vitalità econonomico-sociale, il simbolo stesso della speranza di un futuro, l’asse portante di qualsiasi progresso, viene strapazzato in questo modo senza che nessuno ne sia responsabile e paghi pegno?

emilio missuto

Emilio Missuto in ospedale dopo un lungo sciopero della fame di protesta

Siamo un Paese malato, dove le prime pagine della stampa scritta e parlata, e troppe di quelle che seguono, colano piombo a commentare e contro-commentare la frase cretina di un politico cretino; dove colonne e colonne vengono occupate dai tweet di Caio cui rispondono quelli di Sempronio; dove articoli e articolesse riproducono la cronaca minuta dei pruriti di un bamboccio would-be leader della Sinistra e le rogne delle mummie che lo avversano, i gargarismi di un comico che non fa ridere e il gioco delle tre carte inscenato dal suo Circo Barnum, i cipicì degli altri che riescono appena a tenere la testa sopra il pelo dell’acqua e questo in molti casi solo perché hanno imparato a nuotare a cagnolino appena ieri. Parliamo senza sapere nulla di esuli kazaki e di processi senza vittime, dibattiamo sul nulla scomodando i pontefici senza averne chiesto il permesso e tirando in ballo coppie di gay di cui non ci frega niente, la politica estera è pressoché azzerata solo perché è difficile illustrarla con la foto di una qualche tettona di turno, e la cultura si parla sempre più addosso. In questo Paese malato così riusciamo a inghiottire tutto senza che nulla ci strozzi e i tanti signor Missuto che quotidianamente cadono al fronte ci fanno un baffo.

Che razza di civiltà è quella in cui un imprenditore può essere scempiato, mortificato distrutto così dallo Stato senza che nessuno, n-e-s-s-u-n-o, levi un dito? Dove sono i sindacati, i garanti, gli amministratori, i politici? Dov’è il giusto processo? Dov’è la presunzione d’innocenza fino a prova contraria? Dove sono il buon senso, il raziocinio, l’equilibrio, la prudenza? Sono morti, e già mandano cattivo odore. Ci pavoneggiamo del nostro illuminismo, ci vantiamo della nostra superiorità, ci gongoliamo dei nostri progressi, ma siamo peggiori di un’orda di selvaggi schiamazzanti nel più remoto angolo della più trogloditica epoca della storia. Lasciamo che un imprenditore venga lapidato in piazza e tiriamo avanti. E questo lo permettiamo perché abbiamo da tempo gettato la spugna, concedendo allo Stato di essere dio: un dio fanatico e capriccioso cui garantiamo ogni sinecura, ogni arbitrio, ogni indecenza. Lo Stato italiano in cui viviamo si macchia di crimini come il fallimento del signor Missuto e noi sbandieriamo “la più bella del mondo”, quella Costituzione-pateracchio che agisce come il faraone con i suoi schiavi. Viviamo in uno Stato stupratore, in un Paese pornografico.

Siamo così primitivi e selvaggi da spellarci le mani di fronte a uno Stato cui abbiamo garantito immunità totale. Lo Stato in cui viviamo si autopone, con il nostre riverenteImprenditore vessato consenso, al di sopra di qualsiasi legge per ricattarci, martoriandoci. Lo Stato le leggi non le rispetta, le ignora, le spregia, ci sputa sopra. I molti, troppi signor Missuto debbono inginocchiarsi di fronte a un fisco avvoltoio, ma lo Stato sbirro può legalmente prendere le loro merci senza pagare. Eppure anche un semplice garzone di panetteria saprebbe come sistemare le cose. Siamo così barbari da avere avuto bisogno anzitutto di una legge per far rispettare la legge (quella che impone il pagamento del dovuto alle amministrazioni pubbliche) e in secondo luogo perché quella legge per far rispettare la legge non la rispetta nessuno, non si rispetta nemmeno da sé. Siamo finiti.

Istituiamo il reato di vilipendio all’imprenditore massacrato, eroe di guerra, Medaglia d’Oro al Valore, partigiano indomito, resistente irriducibile e abbattiamo il più presto possibile il falso dio dello statalismo aguzzino fintanto che in giro c’è ancora qualcuno che, pur a fatica, respira.

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di on 18 luglio 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a L’Italia è una e indivisibile. Solo nel vessare gli imprenditori

  1. Piombo Rispondi

    18 luglio 2013 at 09:38

    Grande articolo questo di Respinti! Simpatica l’idea di istituire il reato di vilipendio alla figura dell’imprenditore.

  2. Cesare Rispondi

    18 luglio 2013 at 22:25

    E’ tutto vero e sacrosanto quello che scrive, ma devo dirle che non cambierà mai lo stato quando un semplice lavoratore mi riempe di post su facebook per quanto riguarda Calderoli e la sua “amica” Kienze, perché mi sono permesso di dire, nel privato 80% degli italiani la pensano come Calderoli.

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