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Che paura un’Expo in salsa arancione

Letizia Moratti ha ricevuto il premio alla Riconoscenza della Provincia di Milano, questa mattina a Palazzo Isimbardi per aver portato a Milano l’Expo 2015. La sua non è stata una vittoria una vittoriaexpo pisapia facile: Smirne, città turca dell’Egeo, aveva alleati internazionali di ferro.

A prescindere dall’orgoglio cittadino e nazionale per quella vittoria, l’Expo 2015 serve? La domanda è legittima, perché le esposizioni universali sono un tipico prodotto della mentalità ottocentesca. Le grandi potenze coloniali le usavano per sfoggiare la magnificenza dei loro imperi mondiali, radunando in un’unica capitale tutto il meglio dei loro prodotti. In un’era in cui era ancora difficile viaggiare e non esistevano comunicazioni istantanee, con i telefoni ancora agli albori, le esposizioni erano un’occasione più unica che rara per permettere ai commercianti di tutto il mondo di entrare in contatto fra loro. Dopo il periodo d’oro, le esposizioni hanno avuto più una valenza simbolica che pratica. Potrebbero benissimo essere bypassate da un commercio che è sempre, tutte le ore di tutti i giorni di tutti i mesi, globale e fortemente interconnesso. C’è Internet, c’è l’e-commerce, persino la moneta è digitale. Stando a casa tua, volendo, puoi ordinare e comprare tutto quello che vuoi dalla Gran Bretagna, dagli Usa, dal Giappone, dal Sud Africa.

C’è anche da dire che l’Expo costa molto cara al contribuente: 1 miliardo e 746 milioni di euro (fonte: Assolombarda) per le sole infrastrutture. Di questi, 1.486 milioni sono a carico del Governo (leggasi: del contribuente italiano), 218 milioni della Regione Lombardia, 109 milioni della Provincia, 218 milioni del Comune di Milano, 109 milioni della Camera di Commercio di Milano e appena 260 milioni dai privati. È curioso che per una manifestazione che serve a promuovere il commercio, i privati contribuiscano solo in minima parte. È il riflesso condizionato di una filosofia politica dominante, unanimemente accettata da destra e sinistra italiane, che vede ancora nel pubblico il monopolista. I costi di gestione, pari a 1.277 milioni di euro, almeno quelli, saranno interamente coperti dai ricavi previsti.

expo logoA fronte di un costo così alto a carico del contribuente e di una importanza più simbolica che pratica, l’Expo 2015 serve? . Se viene sfruttata al massimo proprio come un simbolo. Viviamo in un’era dell’informazione, l’immagine ha un valore inestimabile. L’Italia è in piedi proprio perché esistono marchi importanti. Anche marchi milanesi, come Armani e Dolce&Gabbana, ammirati in tutto il mondo. L’Expo 2015 è ancora un’occasione più unica che rara di lanciare, non solo i grandi brand già esistenti, ma altri 10, 100, 1000 Armani e Dolce&Gabbana da esportare e far ammirare in tutto il mondo. Sarebbe il momento d’oro per la creatività milanese, una vetrina vista da decine di milioni di visitatori. Pompare l’immagine vuol dire anche permettere la nascita di migliaia di nuove imprese, creare centinaia di migliaia di posti di lavoro. «Expo mi sembrava potesse dare un ulteriore slancio internazionale alla nostra città – ha spiegato la Moratti – con una crisi che ancora si vedeva da lontano, il turismo è l’unico settore che non si può delocalizzare. Crea occupazione sul territorio». Non solo territorio milanese, ma anche nazionale.

Ma la giunta Pisapia, che dovrà co-gestire Expo 2015, lo ha capito? La Moratti evita di entrare a gamba tesa nel merito. «Non so nulla se non quello che leggo sui giornali», premette, ma fa capire che: «Mi sembra che per il terzo settore e gli spazi da dedicargli ci siano delle difficoltà. I progetti di cooperazione, che avevo presentato in consiglio comunale, non sono andati avanti, a meno che non siano stati riavviati». E ancora: «mi viene detto che non c’è presenza di Expo nei Paesi. Abbiamo vinto Expo anche perché siamo andati nei Paesi, per portarli a partecipare». La giunta Pisapia si rende conto che l’Expo 2015 può essere l’occasione più unica che rara per lanciare altri 10, 100, 1000 Armani e Dolce&Gabbana nel mercato mondiale? Probabilmente no, stando alle recenti dichiarazioni dell’assessore Franco D’Alfonso. Dolce e Gabbana, presi di mira direttamente dall’assessore, hanno proclamato un simbolico sciopero di un giorno. Una piccola “Rivolta di Atlante” di due fra i più famosi produttori della ricchezza di Milano, contro una politica che vede gli imprenditori solo come “mucche da spremere” con le tasse.

Se l’Expo dovesse essere un flop, ci costerebbe come un punto di aumento dell’Iva e svuoterebbe ancor di più le nostre tasche. Non sarebbe solo un’occasione sprecata, ma la costosa costruzione di una cattedrale nel deserto. Come gli stadi olimpici che cascano in rovina nella Grecia in crisi.

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di on 22 luglio 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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