Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Benvenuti privati nella cultura. A meno che il pubblico non faccia il furbo…

Il ministro dei Beni culturali Massimo Bray, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, incoraggia la partecipazione dei privati alla gestione dei nostri tesori artistici ebray archeologici. Con la spending review in vista, dopo aver lamentato più volte un bilancio già in rosso, anche la Scala di Milano rischia di rimanere a secco. «È importante che i privati s’impegnino nella valorizzazione della cultura, che a sua volta si deve aprire nei loro confronti», dice Bray: come esempio virtuoso viene citata proprio la Scala, dove si segnala un aumento del contributo privato da 23 milioni del 2005 ai 35 milioni attuali.

Lo Stato, in generale gli enti pubblici, hanno dato innumerevoli dimostrazioni di inefficienza. Prendiamo proprio la Scala. È un teatro conosciuto in tutto il mondo. Da due secoli e mezzo ce lo invidiano. Dovrebbe contribuire ad aumentare (e di tanto) il Pil milanese. E invece è un costo. Il comunicato del Consiglio d’Amministrazione del gennaio scorso recitava: «La Scala ha dimezzato il suo deficit per il 2012, recuperando circa 2 milioni di euro sui 4,2 che risultavano alla fine dell’anno scorso». Un miglioramento, certo. Ma è pur sempre un deficit. E si chiede alla mano pubblica, oltre che a quella privata. L’Assemblea dei Soci della Fondazione Teatro alla Scala, dichiarava a maggio: «Il 2012 è stato per la Scala, uno degli esercizi più impegnativi di questi ultimi anni sul quale ha inevitabilmente pesato la forte recessione in atto in Italia. Questa, com’è ben noto, ha avuto effetti immediati sui contributi statali e degli enti locali i quali registravano, già in sede di bilancio preventivo, una riduzione di 7 milioni di Euro rispetto al 2011». Eppure, un teatro famoso come la Scala, dovrebbe essere d’aiuto al bilancio comunale e statale, non lamentare una riduzione di contributi pubblici. L’intervento dello Stato serve almeno a ridurre i costi per il privato? A giudicare dai prezzi dei biglietti della Scala, si direbbe proprio di no: 210 euro per assistere a un’opera da un posto in platea. Viene in mente che a Washington DC entrare in tutti i maggiori musei Smithsonian è gratuito. E nessuno di quei musei prende un centesimo dallo Stato o da enti pubblici locali. Con il loro prestigio (non per vantarci, ma è un prestigio inferiore a quello della Scala) attirano capitali e turisti da tutto il mondo, contribuendo alla crescita del Pil della capitale statunitense.

la scala logoChe cosa c’è che non funziona? La mano pubblica. Perché non è responsabile di fronte a clienti: non può fallire. Può permettersi tutti gli errori, perché sa di non dover chiudere mai. La Scala, si dirà, è una fondazione privata. Ma lo è fino a un certo punto. Prima di tutto, secondo il suo stesso statuto: «Lo Stato italiano, la Regione Lombardia, il Comune di Milano concorrono per legge alla Fondazione e sono Fondatori di diritto». Si entra nella Fondazione, come fondatori ordinari (con 600mila euro o più) o permanenti (con 6 milioni di euro o più) solo dietro presentazione dei soci che sono già membri. Quando l’assemblea dei soci deve votare, leggiamo che: L’Autorità di Governo competente in materia di spettacolo, la Regione Lombardia, il Comune di Milano, la Provincia di Milano e la Camera di Commercio Industria ed Artigianato di Milano partecipano all’assemblea. A ciascuno di essi spettano dieci voti, indipendentemente dalla misura del rispettivo apporto al patrimonio della Fondazione». Leggiamo anche che l’organo esecutivo, il Consiglio di Amministrazione, è: «composto da 11 componenti, compreso il Sindaco protempore della Città di Milano che ne è anche il presidente e computandosi a tal fine anche il sovrintendente ai sensi del presente Statuto. I suoi componenti sono nominati:

a) due dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali;

b) uno dal presidente della Regione Lombardia;

c) uno dal presidente della Provincia di Milano;

d) uno dal presidente della Camera di Commercio, Industria e Artigianato di Milano;

e) gli altri componenti (ivi inclusi quelli che non dovessero essere nominati dal Presidente della Provincia di Milano e/o dal Presidente della Camera di Commercio, Industria e Artigianato di Milano) dall’Assemblea».

Sei membri su 11 sono nominati da politici. Quindi i privati possono donare tutto quello che vogliono, ma è sempre l’ente locale o lo Stato che prende le decisioni. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Quando il ministro Bray parla di “Cultura che si deve aprire” nei confronti dei privati, bisogna vedere fin dove si spinge il suo ragionamento. Una vera apertura vorrebbe che i privati si prendessero anche la loro responsabilità sulle decisioni, su tutta la gestione. La cultura privata è un’impresa che deve realizzare un attivo di bilancio. Un ente statale in perdita, anche se generosamente foraggiato da privati, resta un modello perdente: fa perdere soldi a noi contribuenti e ai suoi donatori.

 

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 12 luglio 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Benvenuti privati nella cultura. A meno che il pubblico non faccia il furbo…

  1. Cristoforo Prodan Rispondi

    13 luglio 2013 at 12:25

    Un’orchestra lirico-sinfonica stabile – e di livello – costa diversi milioni di euro all’anno, sia che essa suoni sia che non suoni. Per un ente lirico ci sono poi i costi, enormi, legati agli allestimenti. Credo che sia quasi impossibile gestire un sistema di produzione culturale così complesso e rimanere in attivo solo con la vendita dei biglietti e con le sponsorizzazioni private. Un concerto di Springsteen paga di più e costa meno. Né si può paragonare la gestione di un museo (il cui costo principale è legato all’acquisto delle opere d’arte) con quella di un ente lirico o sinfonico. Solo in California ci sono decine di orchestre, in gran parte finanziate da privati, ma è anche vero che parliamo di un paese – gli Stati Uniti – in cui l’educazione musicale, a tutti i livelli e a tutte le età, è molto più diffusa che da noi. Qui da noi la sezione “musica” difficilmente entra nelle pagine culturali dei mezzi di informazione in maniera autonoma, ma sempre come sottocategoria di qualcos’altro. Ma qui forse dovremmo risalire alla cultura idealista crociana che ha dominato e orientato la cultura italiana per tanti anni (Croce riduceva la scienza a “tecnica” e la musica manco la considerava). Se non insegniamo a leggere ai bambini non si venderanno più libri e giornali e, allo stesso modo, se non aiutiamo le persone a “capire la musica” (che non significa necessariamente essere musicisti) non avremo più un pubblico interessato ma solo tifoserie da stadio. E questo discorso vale per tutta la musica, dalle origini alla musica elettronica.
    Certo, ci sono sprechi e inefficienze ma, secondo me, il finanziamento pubblico (controllato, trasparente) è imprescindibile. Poi si può anche decidere che la musica del passato non sia più un business nella società di oggi, ma questo è un tema che andrebbe approfondito meglio. E poi, se analizziamo la storia della musica diciamo dal 1600 a oggi, è mai stato un vero business? E, se no, è ancora un valore da preservare? In fondo, il passaggio (teorizzato) dalla cosiddetta “industria culturale” all'”intrattenimento culturale” non è che abbia prodotto risultati migliori. Forse è, anche in questo campo, un problema di produzione, una mancanza di idee e di soggetti che “fanno” musica. La mancanza anche di un’idea della cultura e del suo ruolo nella società in cui viviamo, e delle relative politiche di sostegno.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *