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Viaggio in Israele, dove neanche la lotta al terrorismo passa dal centralismo

IsraeleSe il multiculturalismo degenera, quale soluzione sarà possibile? Da questo punto di vista, Israele è qualche anno più avanti di noi. Avete letto bene: siamo sulla stessa barca, solo qualche anno più indietro. Israele, noterebbe il pignolo, è minoranza: è nato nel cuore del Medio Oriente, circondato da arabi musulmani, fondato da avventurosi sionisti che vollero ricostruire la patria ebraica. Noi siamo europei, dunque maggioranza: siamo nati in un continente cristiano, semmai sono gli arabi (e tanti altri popoli musulmani) i nostri ospiti. “Non fatevi illusioni: oggi a noi, domani a voi” suggeriscono tutti gli ebrei con cui parliamo, qui in Israele. Non è tanto una questione di territorio, quanto di ideologia religiosa. E i fatti di sangue e fuoco di Boston, Londra, Stoccolma e Parigi, solo per citare gli ultimissimi, sembrano suggerirlo. Il Nord Italia, per cultura, a presenza di comunità musulmane immigrate, livello di multiculturalismo, ricorda molto da vicino questa Israele da cui scrivo. Le piantagioni di viti della Samaria non sono poi così lontane da quelle del Veneto. Le colline della Galilea non sono così diverse dalle nostre Prealpi. La gente è simile: gli ebrei di queste parti hanno il culto del lavoro, un rispetto sacrale per la proprietà privata, dimostrano una capacità di creare start-up da far invidia ad ogni lombardo o veneto. Ma, soprattutto, vediamo all’opera una società multietnica come quella che si sta pian piano affermando anche in Italia. Ci sono operai palestinesi che lavorano in fabbriche israeliane, lavoratori beduini che attendono di essere reclutati nei cantieri, drusi che trovano impieghi comunali. Quasi ovunque, però, è sempre la stessa storia: c’è stato un lungo periodo di quiete e semi-quiete, finché non è scattata la violenza. Sotto forma di “sollevazione” (Intifadah, in due riprese) che rende impossibile la convivenza. Il sogno di due popoli e due civiltà (ciascuna con la propria lingua e tradizione) in un solo Stato si è spezzato definitivamente. E allora, se il multiculturalismo degenera, che fare? Facendo il giro dei Territori contesi, vediamo all’opera il non plus ultra della creatività applicato alla sicurezza.

Su questo tema vigono molti luoghi comuni di cui è bene sbarazzarsi per capire come uscirne vivi, se dovessimo finire in una situazione simile. In primo luogo non c’è un controllo militare centralizzato, come potremmo pensare sentendo distrattamente le notizie dai Tg. Persino il “muro”, così tanto contestato, altro non è che un insieme di tratti di barriera protettiva, in rari casi fatta di cemento armato, il grosso delle volte in una rete dotata di sensori e telecamere. Ma non c’è dappertutto, solo dove le comunità ebraiche locali si sentivano minacciate, o dove passano le principali strade che portano a Gerusalemme. Molto è affidato alla scelta dei locali. Il signor Recanati, ebreo italiano che vive a Tekoa (uno dei paesi più esposti, circondato com’è da villaggi arabi) ci dice semplicemente: «Ci hanno proposto il muro, ma abbiamo riunito il consiglio e non lo abbiamo accettato. Eravamo stanchi di muri e di ghetti, non lo avremmo sopportato». Al posto del muro, hanno «attrezzature per la sicurezza da fantascienza. Ci sono telecamere che riescono anche a individuare e segnalare un gatto in piena notte». In effetti, a Tekoa e dintorni non si vede l’ombra di un muro. Ma la proprietaria di una bella villa con vista sulla Giudea, ci fa vedere che la sua porta è di vetro ed è sempre aperta. Esercito dappertutto? No. «Abbiamo una compagnia privata che paghiamo noi», ci spiega Recanati. Raccolgono i soldi con le tasse municipali e assegnano la sicurezza a un’agenzia di protezione privata. Senza troppi costi aggiuntivi per il contribuente israeliano che non abita lì. Maale Adumim, insediamento a Est di Gerusalemme, al centro di un’infinita contesa diplomatica, ha anch’esso difese private. «Abbiamo avuto zero morti nella Prima Intifadah (1987-1991, ndr) e zero nella Seconda Intifadah (2000-2005, ndr). Quando vedono le luci verdi delle nostre auto della security in pattuglia, sanno che devono stare alla larga», ci spiega il manager del Comune.

Bansky - Muro israelianoCaliber 3, che possiamo visitare, è la scuola in cui si addestrano gli uomini della sicurezza e dell’antiterrorismo. Arrivano da tutte le parti del mondo, anche per periodi brevi, un po’ come se fosse una vacanza sportiva. Qui vengono addestrati da ufficiali riservisti e veterani delle forze speciali. Nei corsi base insegnano a “stare attenti” ai pericoli che ti possono circondare, anche quando sei un semplice civile. Altrimenti ti fanno diventare Rambo. Anche qui lo Stato resta in disparte: si tratta di un’accademia privata. E apertissima a noi comuni mortali che nulla abbiamo a che vedere con i segreti dell’antiterrorismo.

Gli insediamenti sono spesso descritti come club esclusivi per ebrei ortodossi. Sì e no, nella realtà. Maale Adumim, per esempio, accetta chiunque. Si tratta di un insediamento molto grande, dunque tutti i cittadini israeliani sono i benvenuti. L’unico problema è che rischiano di non starci: secondo gli accordi internazionali, ogni nuovo progetto edile è congelato, con buona pace per i muratori beduini e palestinesi in cerca di lavoro e degli aspiranti residenti che vogliono vivere in una città lussuosa a pochi passi da Gerusalemme, ma molto meno costosa rispetto alla capitale. A Tekoa, come in un kibbutz, è il consiglio che decide. «Accettiamo chiunque lavori e si renda utile», ci spiegano, senza troppe distinzioni di sesso, etnia e religione (in alcuni insediamenti, invece, il fattore religioso conta molto: o sei un ebreo ortodosso o non ci abiti). Anche qui: scenari di massima autonomia locale. Nessun centralismo, molta libertà di scelta locale, una parte cospicua della sicurezza affidata ai privati. Se il multiculturalismo va male, questa è la soluzione suggerita da Israele.

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di on 7 giugno 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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