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Trent’anni dopo. Manifesto contro il circo mediatico-giudiziario

La Provincia di Milano intitola un auditorium a Enzo Tortora. Purtroppo, da allora non è cambiato niente: i magistrati sono intoccabili, le garanzie spesso ipotetiche. Report Intraprendente

tortora3La Provincia di Milano ha dedicato a Enzo Tortora l’auditorium del Polo Soderini, nell’omonima via milanese. La data, 17 giugno, non è casuale: trent’anni esatti fa, il 17 giugno 1983, veniva arrestato Enzo Tortora, presentatore all’apice del suo successo, accusato da “pentiti” della Camorra che pentiti non erano. Si tirano le somme, si constata che è tutto come prima. Il panel moderato dal giornalista Paolo Liguori è al gran completo. C’è chi si è battuto per la causa garantista: Roberta Angelilli (vicepresidente del Parlamento europeo), Rita Bernardini (già presidente del Partito Radicale), Gaetano Pecorella (avvocato e politico del Psi prima e in Forza Italia poi). C’è chi ha provato a riformare la magistratura è ci è rimasto “secco”, politicamente: Clemente Mastella (europarlamentare, ministro della Giustizia ai tempi del governo Prodi). Chi, nel caso Tortora, era in prima linea: Raffaele Della Valle (il suo avvocato), Gigliola Barbieri (storica collaboratrice di Enzo Tortora), Francesca Scopelliti (presidente della Fondazione internazionale per la Giustizia Enzo Tortora). Infine, c’è chi ha documentato e osservato il tutto, da giornalista: Vittorio Feltri (editorialista de Il Giornale), Massimo Fini (giornalista e saggista), Giancarlo Mazzuca (direttore de Il Giorno) e Carlo Verdelli (giornalista de La Repubblica). L’attrice Giulia Lazzarini, in un’introduzione più che appropriata, ha interpretato un brano tratto dalla “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni. Come nella “Storia della colonna infame”, la magistratura volle che Enzo Tortora si confessasse colpevole. Non poté usare la tortura (come ai tempi descritti dal Manzoni), ma lo tenne in carcere dal 1983 al 1987. Alla fine, lo ritenne innocente. Minato nel fisico, oltre che provato nello spirito, Tortora si spense neppure due anni dopo la sua liberazione. «Se non fosse vissuto per quei 600 giorni di libertà – dice Guido Podestà, presidente della Provincia di Milano – oggi sarebbe ancora un “camorrista” e un “trafficante”. Una giustizia lenta è una forma di ingiustizia, come ricordava Thomas Jefferson». Ma, in compenso, la “giustizia” mediatica è rapidissima nello spiccare condanne. Basta sbattere il mostro in prima pagina.

Tutti i presenti al panel e anche l’assente Luciano Violante (che rilascia la sua dichiarazione con un messaggio scritto) identificano il problema proprio nel cortocircuito mediatico-giudiziario. Per i media sei colpevole da subito, fino a prova contraria. Per i giudici puoi anche essere innocente, ma solo dopo anni di processo e di carcere preventivo. In ogni caso, sei già distrutto, nel fisico e nella mente. Un altro assente, Marco Pannella, non ha potuto presentarsi al Polo Soderini perché in sciopero della fame. La sua è una protesta contro il sovraffollamento delle carceri e la disfunzione della giustizia italiana. I Radicali stanno raccogliendo firme per 12 referendum sulla sua riforma. Viene un brutto déja-vu: noi avevamo già vissuto tutto questo, tante volte dopo il 1987. Dopo l’assoluzione di Tortora, quattro anni dopo l’inizio della sua tortura mediatico-giudiziaria, era stato vinto un referendum che avrebbe dovuto istituire la responsabilità civile dei magistrati. Era l’8 novembre 1987. Gli italiani che votarono a favore della riforma furono l’80,2%. Il quorum raggiunto era del 65,1%.udienza-giustizia-tribunale-165019

Dall’8 novembre 1987 ad oggi, c’è stato il lunghissimo processo a Giulio Andreotti: assolto dai reati di cui era accusato dopo il 1980, mentre le precedenti accuse sono finite in prescrizione. Ha fatto a tempo a morire, il 6 maggio scorso, prima di riuscire a liberarsi dalla fama di “politico mafioso”, creata in 10 anni di processo mediatico-giudiziario, durato dal 1993 al 2003. C’è stata la lunga serie dei 3200 processi di “Tangentopoli”, che solo nel 40% dei casi si sono conclusi con condanne, ma hanno comportato la rovina, personale e politica, del 100% dei politici sotto processo. C’è stata Amanda Knox, accusata di omicidio volontario a Perugia, assolta il 26 marzo scorso dopo quattro anni di carcere. Quattro anni in cui è stata dipinta come un mostro da quasi tutta la stampa. Ora la magistratura vuole riaprire il processo: forse era colpevole. Nessun magistrato ha pagato per i suoi errori. Quelli che processarono Tortora hanno tutti fatto una brillante carriera. La raccolta firme dei radicali, per riproporre riforme già approvate dalla maggioranza degli italiani, infonde un senso di frustrazione. Servirà a qualcosa? Sarà possibile riprovare? «Non è solo possibile, è doveroso – ci risponde Marco Cappato, consigliere comunale radicale – Pensa se qualcuno viene a rubarti in casa. Cosa fai dopo? Lasci la porta aperta o ne metti una blindata? Non dobbiamo più farci rubare il diritto, la libertà, la conoscenza. Rassegnarci vorrebbe solo dire accettare il fatto che lo Stato è il delinquente che è, come attesta, a livello internazionale, il numero di condanne (il più alto d’Europa) della Corte Europea dei Diritti Umani. Il referendum del 1987 è stato ignorato, violando la legge, violando la Costituzione, violando la democrazia, così come hanno fatto con i referendum sul finanziamento pubblico ai partiti, sulla privatizzazione della Rai, sul sistema elettorale, sull’abolizione di alcuni ministeri. Purtroppo l’Italia, da molti punti di vista, non è democratica. Bisogna riconquistare la democrazia».

«Dante relegava all’Inferno anche gli ignavi – dice Guido Podestà –coloro che, pur potendo scegliere fa bene e male, decidono di lavarsene le mani, di restare in disparte». A Milano ne sappiamo qualcosa. «Se l’atteggiamento del pubblico è quello del: “sbattilo dentro e butta via la chiave” – dice Vittorio Feltri – allora abbiamo quello che ci meritiamo».

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di on 18 giugno 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Trent’anni dopo. Manifesto contro il circo mediatico-giudiziario

  1. Gianluca Rispondi

    18 giugno 2013 at 13:35

    Un bell’articolo, un’ottimo resoconto della conferenza presso il nuovo Auditorium Tortora

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