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Perché il libro resterà di carta, formato perfetto e insuperabile

LibroQuale può essere il senso e il ruolo del libro cartaceo nell’epoca della crescente digitalizzazione dei contenuti? Perché dovremmo ancora acquistare e leggere i libri di carta? Le argomentazioni possibili sono tante, ma credo che il punto essenziale l’abbia colto il filosofo Roberto Casati nel recente saggio Il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (Laterza, pagg. 136, euro 15). In sintesi: “Il design ha cercato per decenni soluzioni per attirare l’attenzione. È giunto il momento di cercare soluzioni che la proteggano”, e da questo punto di vista “il libro cartaceo ha un formato cognitivo perfetto” perché “contiene solo se stesso (…), segnala, con la sua compiutezza, la promessa di un incontro esclusivo tra autore e lettore (…), è un piccolo ecosistema, una nicchia ecologica in cui convivono simbioticamente un autore e un lettore”. Facciamo un passo indietro. Gli eBook Reader, già oggi, non sono un semplice insieme di libri, perché hanno comunque la connessione internet, e il Kindle che state leggendo manda continuamente i vostri dati di lettura ad Amazon (che sa anche se il libro viene letto, e fin dove viene letto, quale pagina state guardando, ecc., il che peraltro è inquietante, ma qui sorvoliamo). La tendenza evidente è l’accentramento del maggior numero di funzioni in uno stesso oggetto. La fotocamera digitale, dopo aver soppiantato la vecchia macchina fotografica, è stata soppiantata dai cellulari con fotocamera incorporata, poi dagli iPhone e dagli iPad, un domani da altri hardware con altri nomi. Tutto in uno: un unico oggetto con al suo interno migliaia di app, dai giornali ai libri a tutti i siti internet di tutto il mondo, social network, fotocamera, videocamera, musica, cinema, telefono, e così via. Questo è quello che sta già succedendo.

Perché mai il libro non dovrebbe fare la fine della vecchia macchina fotografica? Per una differenza fondamentale: mentre la foto è questione di pochi secondi o pochi minuti e non richiede un’attenzione protratta nel tempo, per leggere bene un libro è necessario entrare mentalmente nel libro e starci per ore. Il cartaceo è a questo scopo un formato perfetto e insuperabile, perché è solo se stesso, è solo libro, è un sistema in sé conchiuso che non richiama e non rimanda ad altre funzioni. Certamente, uno può sedersi a leggere e poi alzarsi ogni cinque minuti a guardare la televisione o il tempo che fa fuori dalla finestra. Ma non è il libro cartaceo a spingerlo a distrarsi. Il libro cartaceo fa esattamente il contrario: protegge il lettore e la lettura, invita, con il suo design e la sua monofunzionalità, a stare solo sul libro stesso. Opposta è la situazione di un unico supporto che contiene migliaia di applicazioni, e in cui il libro che state leggendo è soltanto una delle tante voci. Uno stesso oggetto che ci invita a passare con un clic dal libro che stiamo leggendo a facebook, twitter, una canzone, la scena di un film, un’altra scena di film, un altro libro, un’altra canzone, un articolo di giornale, le foto che abbiamo scattato il giorno prima, le foto che potremmo scattare in quel momento, l’sms che abbiamo ricevuto un minuto prima, e così via all’infinito in una realtà ipertestuale senza confini.

Si dirà: abituandoci alle nuove tecnologie ci abitueremo a conservare al meglio l’attenzione e la concentrazione anche nel nuovo contesto digitale. In realtà siamo già abituati alle nuove tecnologie (i ragazzi ma anche molti adulti), e diversi studi citati da Casati mostrano esattamente il contrario. In ogni caso il libro cartaceo è un supporto superiore al digitale nel senso non ha i rischi del digitale, e la superiorità cresce proporzionalmente alla lunghezza e complessità del libro che viene letto. Il che non significa, naturalmente, rimpiangere un’era predigitale. Questo stesso articolo che state leggendo lo leggete in un contesto digitale, e in un contesto digitale io l’ho scritto. Benissimo. Ma se fosse stato, anziché un breve articolo quale è, un saggio di quattrocento pagine (ma anche un lungo articolo di due pagine), la situazione cambierebbe. Il problema non è il digitale, ma il colonialismo digitale, l’idea che tutta la cultura possa e debba essere digitalizzata, e che digitalizzando tutta la cultura si possa continuare a leggere, sempre e in ogni caso, con la stessa qualità di lettura che si può avere con il cartaceo.

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di on 11 giugno 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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