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La lotta all’evasione fiscale è «ondivaga». Quella all’impresa no

La Corte dei Conti denuncia l'inefficienza del recupero crediti da parte dello Stato. Lo stesso che, con una tassazione senza eguali, è il primo responsabile della decrescita

Questa mattina un gruppo di imprenditori si è riunito in mutande di fronte a Montecitorio per protestare controtasse l'(op)pressione fiscale e chiedere il commissariamento di Equitalia: si tratta persone spesso impoverite, deluse, frustrate, sull’orlo di una crisi di nervi per una crisi accentuata da una politica fiscalista di proporzioni disumane.

Una situazione drammatica che sembra non importare tanto a uno Stato preso con un problema – dal suo punto di vista – ben più serio: recuperare altro denaro di cui ha un fabbisogno in continua crescita. Parliamo di 8,8 miliardi per maggio 2013, più del doppio dello stesso mese dell’anno scorso (20,7 miliardi in più nei primi 5 mesi del 2013). Già perché nonostante la crisi costringa tutti gli italiani a tirare la cinghia, il settore pubblico si sente in diritto di spendere addirittura di più. E così il problema resta sempre lo stesso: come recuperare tutti quei soldi in un’economia sempre più impoverita? Facile, dove ci sono o almeno si pensa ci siano. Dopo aver pensato di compensare l’abolizione dell’Imu sulla prima casa con altre tasse (certo perché mai tagliare la spesa?) ora la Corte dei Conti – ente inutile e pletorico che ci sosta quasi 300 milioni l’anno – si scaglia contro strategie «ondivaghe e contraddittorie» ideate dagli scorsi governi per contrastare la lotta all’evasione fiscale. Insomma non basta che, dal 2006 al 2011, si sia quasi triplicato il gettito derivante dal recupero dell’evasione fiscale (da 4,4 miliardi si è arrivati a 12,7); non bastano i continui fallimenti di aziende per colpa della pressione eccessiva e i suicidi degli imprenditori. Lo Stato doveva fare di più.

Certo – con un lauto stipendio da parte dello Stato come quello che può percepire un membro della Corte dei Conti – ognuno di noi sarebbe in prima linea per la lotta all’evasione. Ci sarebbe però da capire, al di là delle legittimità di un’imposizione fiscale che in certi casi supera l’80%, se il fatto di pagare tasse così alte contribuisce veramente al benessere collettivo come vogliono farci credere. Il premio per l’economia Nobel Milton Friedman, giunto in visita in Italia, disse: «Se l’Italia regge ancora è grazie al tassemercato nero e all’evasione fiscale che sono in grado di sottrarre ricchezze alla macchina parassitaria e improduttiva dello Stato per indirizzarle invece verso le attività produttive». È abbastanza evidente che chi guadagna poco e paga le tasse fino all’ultimo avrà, se gli va bene, la possibilità di sopravvivere a malapena. Una situazione che non si ritorce solo contro di lui ma anche contro tutti gli altri venditori e commercianti, danneggiati dalla sua inferiore capacità di spesa: i ristoranti perdono clienti così come i venditori d’auto, di vestiti, di viaggi, e di tutti gli altri beni e servizi che hanno reso il nostro un Paese ricco.

Le tasse non favoriscono la crescita ma, semmai, la decrescita. Finanziano dei servizi certo, ma oltre un certo livello (in Italia il gettito fiscale ha ormai superato il 55% del Pil) diventano solo foriere di privilegi e parassitismo. Bisogna ricordare sempre che, quando qualche politico, giudice o grande dirigente pubblico dirà che è patriottico pagare le tasse, c’è di fondo un conflitto di interessi.

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di on 4 giugno 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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