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Tasse, burocrazia, (non) lavoro. Storie d’ordinaria follia italica

Rischiamo di arrivare ai livelli di disoccupazione della Grecia. Tre storie estreme dal nostro mercato del lavoro spiegano perché

italiaIn Italia ci stiamo avvicinando ai livelli di disoccupazione della Spagna. Ancora un po’ e ce la facciamo ad arrivare a quelli della Grecia. La preoccupazione è tangibile, tutti i tiggì ne parlano come notizia in primo piano. C’è però sempre un lato oscuro della Luna, un aspetto del nostro problema di crescente disoccupazione di cui non si parla mai, o lo si affronta in modo affrettato e superficiale.

Capita di sentirsi dire da un giornalista che lavora all’Inpgi, la cassa previdenziale dei giornalisti, «mi sa che conviene non lavorare, o lavorare gratis». Lo dice con molto senso pratico e cognizione di causa. Facendo i conti di quanto prende un giornalista free lance in un periodo di crisi dell’editoria, sottraendo da questa manciata di euro la ritenuta d’acconto dei contributi all’Inpgi gestione separata, oltre all’acconto da pagare a settembre (che è fisso, indipendente da quel che si è guadagnato) si arriva già a prendere mezza pagnotta al giorno. Non c’è alcuna soglia, quindi anche il giornalista che si prende i suoi grassi 2,5 euro a pezzo (e ce ne sono) deve dare il suo obolo all’Inpgi, sia pure quello “minimo”. Per chissà quale lauta pensione! La Riforma Dini (correva l’anno 1995) ha reso obbligatoria l’assicurazione previdenziale anche per tutti i liberi professionisti e i collaboratori iscritti ad Albi, Elenchi, Ordini o Collegi che prima non l’avevano. E nel 1999 il ministero del Lavoro, ha specificato che l’iscrizione a un Ordine professionale comporta l’obbligo di contribuzione anche per un’attività produttiva di “scarso reddito”. Quindi il ragionamento è molto semplice: o si lavora con uno stipendio vero, o non conviene lavorare. Oppure si può sempre farlo gratis. Per la gloria. Un sistema perfetto per creare un bell’esercito di disoccupati.

Ma consoliamoci, potrebbe andare peggio. Si può sempre nascere salumieri. Capita, infatti, di incontrare un salumiere, che si conosce da una vita, vittima degli studi di settore. In questo esercizio ha sottratto 10mila euro dalle entrate, non per scelta, ma per necessità. Però … deve pagare le tasse come se quei 10mila ce li avesse ancora. Secondo lo Stato lui, essendo salumiere, dunque un ricco borghese potenzialmente evasore, “non può non” guadagnare al di sotto della soglia stabilita per legge. Altrimenti è automaticamente un evasore. Chiaramente quei soldi non li ha e allora deve ricorrere a un prestito in banca. Per pagare le tasse. Ora, ci lamentiamo che il nostro livello di pressione fiscale sia arrivato al 70%, sommando tutti i tipi di imposte. Ebbene, quel salumiere sta pagando più del 100%: deve persino sborsare quello che non ha in cassa. Fortunatamente ha trovato una burocrazia1banca che gli concede un prestito. Al tasso del 9%. Fortuna, sì, perché non tutti gli istituti di credito prestano soldi per pagare le tasse. E, a questo punto, un prestito da usuraio è sempre meglio che Equitalia: l’usuraio ti permette di respirare quel tanto che basta per poter saldare i tuoi conti (o illuderti di saldarli), Equitalia punisce e basta, senza scampo. La conclusione del salumiere è semplice e disarmante, quanto quella del giornalista: «Non conviene più lavorare, a questo punto».

Ma d’altra parte viviamo in un Paese dove il non-lavoro, oltre ad essere ormai eretto a sistema, è diventato una cultura, nel corso dei decenni. Come quel pensionato che telefona tutto infuriato al programma La Zanzara (Radio 24) aggredendo il giornalista Giuseppe Cruciani, dandogli del “pulcioso”, perché “lavora troppo” e dunque “guadagna troppo”. «Io, nella mia vita non ho mai fatto un’ora di straordinario! – vanta il pensionato infuriato – Perché non ho mai voluto togliere una sola ora di lavoro ad altri! E tu, pulcioso, che lavori 15 ore al giorno?!». Se ne deduce che, se un giornalista lavora troppe ore al giorno, sottrae un posto di lavoro a un operaio. Il ragionamento fila… Noi ci possiamo anche ridere sopra, ma quanta gente crede che il mondo del lavoro funzioni così? Per decenni siamo stati abituati a pensare che si deve “lavorare meno, per lavorare tutti”. Il nostro sistema fiscale e previdenziale è tarato apposta su chi vuole lavorare meno. È modellato su grandi aziende dove ognuno ha il suo piccolo ruolo, da svolgere al minimo dello sforzo, senza un’ora in più di impegno, per ricevere sempre lo stesso stipendio, uguale per tutti, alla fine del mese. E’ un sistema che è concepito con questi criteri per qualsiasi settore, dall’editoria all’industria metalmeccanica. Chi è “fuori”, chi decide di lavorare da uomo libero, rischiando in proprio, mettendo in piedi un’attività sua, non solo non ha sconti, ma è sempre più penalizzato, punito, ostacolato, vessato. Indotto a non lavorare, o a sparire dal mercato ufficiale per infilarsi in quello nero. D’altra parte lo aveva detto l’economista Milton Friedman: «L’Italia? Resta a galla solo grazie al suo mercato nero».

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di on 25 maggio 2013. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Tasse, burocrazia, (non) lavoro. Storie d’ordinaria follia italica

  1. maurizio Rispondi

    25 maggio 2013 at 20:27

    “Il nostro sistema fiscale e previdenziale è tarato apposta su chi vuole lavorare meno. È modellato su grandi aziende dove ognuno ha il suo piccolo ruolo, da svolgere al minimo dello sforzo, senza un’ora in più di impegno, per ricevere sempre lo stesso stipendio, uguale per tutti, alla fine del mese” . Tale concetto è l’occhio del ciclone, della tempesta perfetta, che potrebbe arrivare a spazzare via il sistema Italia, per sempre, come venti anni fa ha spazzato via il sistema sovietico che si fondava su un simile concetto, figlio di una ideologia che era stata a sua volta, in gran parte, madre di una scellerata costituzione. Principi teorici marxisti che hanno ovunque prodotto miseria e miserabili. Sia ben chiaro, il capitalismo finanziario mondiale ha le sue colpe, ma il marxismo che è comunque ben presente anche se, subdolamente, non citato, anche nella nostra Costituzione ha agevolato, eccome. Eppure, i soliti scaltri intellettuali nostrani, rossi o violacei o informatici che siano, dicono di no, anzi, trovando un ambientino fertile nelle testoline sante nei nostri concittadini, affermano enfaticamente che la nostra Costituzione è la migliore del mondo e che la colpa è degli altri, di quelli che non sanno.. non sanno…non sanno applicarla bene. Thomas Jefferson, il 3° Presidente degli Stati Uniti, ebbe dire che “scrivere la Costituzione, significa pensare con tale intensità e saggezza che dalla penna sgorgano gocce di sangue”. Un po’ enfatico, ma se ci fossimo avvicinati a tale concetto e meno al marxismo forse , ora, non saremmo al punto in cui siamo.

  2. peter46 Rispondi

    25 maggio 2013 at 23:46

    Torniamo un po’ indietro… “”all’andare in banca e prendere i soldi in prestito per pagare le tasse””…e poniamo il caso che ‘per qualsiasi,strano o no,motivo quel prestito non si riesce ad onorare o si arriva a dover scegliere cosa onorare:quel prestito,i fornitori,le tasse,i contributi.Se non si onora quel prestito…il libro nero bancario non permetterà mai più un altro prestito(per gli onesti,s’intende).I fornitori…se cambia il vento,prima o poi,se sei nel solito libro nero dovrai per forza avere il liquido,o niente approvvigionamento.Il resto porta tutto ad equitalia:le tasse e i contributi previdenziali.Magari riesci anche a pagare le tasse,ma Ti rimangono i contributi.Ed è inutile dimostrare che non puoi pagarli perchè hai dovuto chiudere l’attività ed hai pagato tutto il resto.E che per i “Tuoi”contributi non pagati non hai tolto il pane di bocca nè a Ciampi ,nè ad Amato,dato che le loro tre pensioni le hanno sempre incassate,come tutti del resto,anche coloro che non hanno versato alcun contributo”reale” e non figurativo.Non gliene frega niente…al massimo tanta comprensione e solidarietà,ma intanto le more,i ritardati pagamenti e i ritardati pagamenti dei ritardati pagamenti continuano…quasi gioiscono se caso mai sanno che hai qualche pollaio dove ci stai anche tu…”che peccato aver abbandonato le buone abitudini di qualche anno fa”.Però i “Nostri” in commissione finanze ieri l’altro hanno concluso l’assemblea.Ed hanno emesso un comunicato che stabilisce le disposizioni più concrete da adottare qualora un’altra assemblea si rendesse disponibile a mettere mano a queste problematiche,per cui…”che peccato aver abbandonato le buone abitudini di qualche anno fa”.Scusi se son rimasto…terra terra.

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