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La moschea non integra. Nemmeno a Milano

Ci sono pro e contro nell'incentivazione a un luogo di culto islamico. Ma la favola per cui favorirebbe l'islam moderato è palesemente falsa: dagli sgozzatori di Londra alle rivolte di Stoccolma, è vero il contrario

islam
Milano
non può arrivare all’Expo 2015 senza avere almeno una moschea. Nel progetto originario della giunta Pisapia, ce ne doveva essere almeno una per ogni quartiere. Adesso il numero si è ridotto ad almeno una per tutta la città. L’associazione turca Milli Gorus avrebbe voluto anticipare i tempi costruendone una in via Maderna, ma lo stava facendo senza dir niente a nessuno e il Comune ha dovuto bloccare i lavori per “intervento abusivo”. In ogni caso una moschea, almeno una, entro l’Expo 2015, si dovrà fare. Dove, non si sa ancora. Anche il cardinal Scola è d’accordo (con qualche “ma” e qualche “se”) e il presidente della Regione, Roberto Maroni, Lega Nord, già da più di una settimana ha dato il suo ok, «Ma nel rispetto delle nostre radici».

L’argomento moschea a Milano è più delicato di quanto non si creda. Se sei libertario, non puoi vietare che una comunità religiosa, con i propri soldi, si costruisca il suo luogo di culto. Se sei conservatore e usi l’argomento: “Loro, nei loro Paesi, impediscono ai cristiani di costruirsi le proprie chiese”, cadi in una trappola logica micidiale. Con un ragionamento del genere dovremmo prendere seriamente in considerazione il fatto che la Corea del Nord sbatte nei gulag gli anti-comunisti (o tutti coloro ritenuti non abbastanza comunisti) e dunque costruire, per reciprocità, i nostri campi di concentramento dove rinchiudere i nostri comunisti. Non si finisce mai di prendere esempio dal peggio. In una società libera, però, dove viene protetto il diritto individuale a professare la propria religione, è illogico impedire ad una qualsiasi comunità religiosa di costruire il proprio luogo di culto, con le sue risorse private.

C’è però un argomento a favore della moschea, che si sente sempre più spesso, che indurrebbe a pensarci due volte prima di autorizzare l’inizio dei lavori. Ed è l’argomento di quelli che: “Se non hanno la moschea, i musulmani si radicalizzano”. Senza un luogo di culto, si pensa, la comunità islamica diventa più incontrollabile e i fondamentalisti rischiano di prendere piede più facilmente. Si crede che, al contrario, una volta avvenuta la “moscheizzazione” l’Islam milanese diventi più trasparente e controllabile, un soggetto più organizzato con cui dialogare.islam

Questo argomento viene in mente proprio quando assistiamo alle immagini del soldato decapitato a Londra da due radicali islamici. E, contemporaneamente, alla sommossa dei quartieri musulmani di Stoccolma, dove gang di giovani fanatizzati attaccano i poliziotti al grido (innegabilmente islamico) di “Allah Akhbar!”. Ebbene, stranamente sia a Londra che a Stoccolma, di moschee ce n’è a bizzeffe. Eppure lo jihadismo sta andando fuori controllo. Nella sola area orientale di Londra, dove è avvenuta la decapitazione del soldato, ci sono 46 moschee (contro 13 chiese, per altro). A Stoccolma, città con una popolazione molto più contenuta, ci sono 5 moschee, di cui 4 sunnite e 1 sciita. In una di queste, la moschea di Brandbergen, nel 2004 venne distribuito un manuale in arabo su come costruirsi da soli le proprie armi chimiche. E due anni dopo, un gruppo che faceva perno proprio su quella moschea venne inserito nella lista statunitense delle organizzazioni terroriste. La moschea Zayed bin Sultan Al Nahyan, la più grande di Stoccolma, viene ricordata per aver ospitato Yusuf al Qaradawi (che in quell’occasione giustificò gli attentati suicidi contro Israele) e Rachid Ghannouchi, leader dei Fratelli Musulmani tunisini, allora illegali e oggi al potere. Sicuramente un grande arricchimento culturale. Ma poi le conseguenze si vedono, nei cinque giorni di guerriglia metropolitana nei quartieri musulmani della capitale svedese.

Con questo non si può dire che basta costruire una moschea per avere jihadisti per ogni dove. Va detto, però, che una moschea, in sé, non è garanzia di trasparenza, né di sicurezza. Quel che conta non è la costruzione di un luogo di culto, né la sua posizione in Milano. Bensì il dialogo con le organizzazioni “giuste”, cioè quelle che predicano la tolleranza e accettano l’integrazione, difendono esplicitamente i diritti e condannano il terrorismo. Vogliamo scommettere, invece, che il Comune sceglierà di affidare la gestione della nuova moschea a un’associazione radicale? Si accettano puntate. Non solo a Milano, ma ovunque in Europa, sono quasi solo i radicali (proprio in forza della loro militanza permanente) ad avere voce in capitolo. Nelle moschee si viene a creare una sorta di selezione alla rovescia, dove prevale l’imam che urla più forte. Proprio la Milano di Pisapia dovrebbe costituire l’eccezione virtuosa? Speriamo.

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di on 29 maggio 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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