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Storia di C., dal Nord che scordi

Uso questa pagina, uso volutamente un canale inappropriato. Scrivo di una persona che una manciata di mesi fa ha perso un pezzo di sé. Convinta com’è che suo padre fosse la parte migliore di lei, ora battaglia con se stessa e col passato. Morde il futuro e lascia il giorno la morda di dolore. E lo scrivo qui perché è una di quelle persone capaci di ascoltare, tutto tranne quel che riguarda loro. esistenzaE allora tento di non lasciare spazio a una giovane donna che vi regalo in un racconto veloce e inadeguato. Perché ci sono strappi uguali e diversi per tutti. E ho imparato che certe cose vanno dette, ché il nastro poi non si riavvolge più. E anche che devi farle, certe cose, e darli certi abbracci. Me lo hanno insegnato fiabe dal finale triste. Quelle che si traducono in addii inaccettabili. Le stesse che mi hanno mostrato che a volte il bello è che per rimpianti e sensi di colpa non può esserci spazio, perché quel che dovevi dare lo hai dato. E allora vi racconto di C.. Di una tizia magrolina e forte come venti, una tizia che mette le mani nell’anima della gente, di gente diversa: i disabili. Dalla disabilità lei dice di aver imparato tutto, sostiene che le abbiano regalato il sapere, la conoscenza del senso, quei ragazzi. Ragazzi a volte di cinquat’anni. E l’inadeguatezza che ho provato la prima volta che m’ha portata lì in mezzo non me la possa scordare. La gioia con cui me ne sono andata neppure. E lei, quella tizia lì, nessuno per molti e tantissimo per pochi, sono convinta il mondo lo stia cambiando almeno un po’. Perché sono le scelte che fai a restare, a lasciare quella scia che molti identificano nella fama, futile compagna di viaggio fedele solo a pochi.

E allora vale la pena raccontare un po’ di C., soprattutto perché questo è un contenitore di notizie (opinioni, mi rimbrotterebbe il Direttore) dal Nord. Perché C. è quel Nord che molti accantonano, dimenticano. C. è l’incarnazione di generazioni di lavoratori duri (e puri, come possono esserlo gli uomini), di gente che le tasse le ha sempre pagate e che saluta il mondo con i panni da lavoro addosso. C. è quel Nord che di mega imprese ed export proprio non sa nulla, quello che sa di esistenze e bar di paese, di una periferia che sa essere più Italia di Milano. E allora non è un non-senso chiedersi qui, in pubblico, come si fa a dire a chi non ha mollato, guerriera ignara di quanto sia capace di lottare, di fare di più. Di riprendere a respirare l’aria dei sorrisi e del domani. Come si fa a imporre a chi non s’è piegata alla difficoltà di pretendere un viaggio nuovo, migliore? Perché è questa la mia storia odierna dal Nord. È la storia di un territorio, di quello che non si arresta ma che per non arrestare se stesso, rendendo onore al sacrificio del passato, a volte perde un pezzo di sé. Il tempo per sé. Ed è la storia di tutti, fugace, veloce, debole rispetto alla cronaca che pretende l’inseguimento delle 24ore. Ma qui di ore ce ne sono parecchie di più e in certi conflitti ti ci rileggi pure tu. E girava così, che un angolo di realtà diverso doveva forse uscire, senza morale né risposte. Solo perché a volte è l’angolo che può solleticare il pensiero. E non conosco ancora niente di più utile.

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di on 20 aprile 2013. Filed under Blog. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Storia di C., dal Nord che scordi

  1. Ray Ban Outlet Online Rispondi

    12 giugno 2014 at 18:29

    il passaggio da cannabis a droghe è ridicolo.

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