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Manifesto in difesa della libertà d’armarsi, con numeri a rinforzo

In Italia c'è un pregiudizio culturale contro il possesso privato di armi. Ma la realtà americana insegna: negli Stati in cui la legge è meno restrittiva, il tasso di crimine è minore

rapinaIl gioielliere Giovanni Veronesi, ucciso a Milano da un ignoto rapinatore, in via dell’Orso, nel suo negozio, in pieno centro, in pieno giorno, non è solo la dimostrazione che Milano sta diventando una città sempre più pericolosa. Un uomo anziano, che secondo chi lo conosceva era molto prudente (non lasciava mai entrare più di un cliente alla volta), è stato ammazzato perché era indifeso. Non lo ha salvato la polizia, che pure è lì a due passi. Giovanni Veronesi potrebbe aver opposto resistenza fino all’ultimo respiro, secondo una prima ricostruzione dell’omicidio. Ma non aveva armi. La prima reazione dei commercianti milanesi, comprensibilmente terrorizzati, è quella di armarsi. E chiedere, per bocca dei loro rappresentanti, una revisione delle leggi sulla legittima difesa. Più libertà di tenere un’arma in negozio e di usarla all’occorrenza. Per ora le regole sono proibitive per chi cerca di difendersi e la magistratura le interpreta in modo estremamente restrittivo.

Oltre alla testimonianza personale di Nicolò Petrali, che possiamo leggere su queste pagine, l’ultimo episodio riguarda, non un negoziante, ma una guardia giurata. Dunque un uomo che, per suo dovere, usa le armi per proteggere una proprietà privata. Ebbene: a Trieste, per aver ferito (e pure involontariamente) uno dei ladri che tentavano di svaligiare la banca che doveva proteggere, dopo un processo durato nove anni, una guardia giurata è stata condannata a un anno di galera e 10mila euro di risarcimento per il rapinatore. Che, a questo punto, può ben dire di aver fatto il colpo della sua vita: 10mila aggiudicati, con la benedizione di un giudice. Con precedenti simili, chi ha più il coraggio di sparare a un aggressore?

In Italia prevale un forte pregiudizio culturale, più ancora che giuridico. I media italiani pompano tutte le notizie di cronaca nera negli Stati Uniti per dimostrare una sola tesi: la violenza è causata dall’eccessiva diffusione delle armi ai privati. Ma le statistiche dimostrano proprio il contrario. Nel saggio More Guns, Less Crime (più pistole, meno crimini), l’economista John Lott dimostra, numeri alla mano, come la liberalizzazione del porto d’armi, ovunque applicata, abbia causato un netto calo del crimine. Negli Stati Uniti, secondo dati del Dipartimento della Giustizia, il numero degli atti di violenza è costantemente diminuito (dai 3,5 milioni nel 1970 all’1,2 attuale) all’aumentare della diffusione delle armi per autodifesa nello stesso lasso di tempo (dalle 590 ogni 1000 cittadini nel 1970 alle 890 attuali). La cittadina di Kennesaw, in Georgia è un esperimento sociale unico nel suo genere: tenere un’arma in casa è addirittura obbligatorio dal 1982 ad oggi. Nessun obbligo è bello, ma il numero di furti nelle case e il tasso di criminalità in genere, si è dimezzato dopo quella legge. È la dimostrazione che il solo possesso di un’arma fa da deterrente, scoraggia l’aggressore. Non a caso, attualmente, le città più violente degli Stati Uniti, fra cui la capitale Washington DC, sono anche quelle in cui le leggi sul porto d’armi e l’autodifesa sono più restrittive. E non c’è possibilità di invertire la causa con l’effetto: a Chicago, per esempio, dopo i divieti introdotti sul porto d’armi nel 1980, i crimini sono aumentati del 40%. I nostri media sparano le notizie sui massacri nelle scuole. Ma nelle scuole, nessuno può portare armi, tranne i folli che decidono di fare una strage. Solo da due settimane a questa parte e nel solo stato del South Dakota, insegnanti e personale scolastico possono armarsi per difendersi. Finora sono stati uccisi uomini e bambini disarmati, proprio come Giovanni Veronesi a Milano.

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di on 22 marzo 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Manifesto in difesa della libertà d’armarsi, con numeri a rinforzo

  1. Seamen Rispondi

    14 aprile 2015 at 18:57

    Di per sé la detenzione di una pistola non è un atto aggressivo, così come non lo è il possesso in casa di oggetti quali i coltelli, le mazze o le pietre. Non la si può dunque vietare sulla base di un processo alle intenzioni.
    Inoltre, il divieto a detenere armi toglie in pratica alle vittime qualsiasi possibilità di autodifesa. I criminali, che possono rifornirsi di armi anche in un regime di proibizione, ne conseguono un vantaggio psicologico che si traduce di fatto in un incentivo a delinquere.Se la semplice disponibilità di armi fosse la causa delle violenze, allora la Svizzera dovrebbe risultare il paese più turbolento del mondo, perché in quel paese durante il servizio militare a ogni maschio adulto viene consegnato un fucile che può tenere in casa: ciononostante la Svizzera è uno dei paesi più tranquilli del pianeta. Oltre alla Svizzera, la Norvegia e la Germania hanno tassi di possesso di armi fra i più elevati al mondo, ma tassi di omicidi fra i più bassi.Per paradosso, il divieto, sostenuto prevalentemente dalla cultura di sinistra, a suo dire più sensibile alle sorti dei ceti più svantaggiati, colpisce gli abitanti delle zone più povere, a più alto rischio criminale.

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