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Lettera su mio padre che si difese e sul gioielliere che non ha potuto farlo

Ci scrive il figlio del tabaccaio milanese di Piazzale Baracca, che uccise un malvivente armato che voleva rapinarlo. Giriamo a chi è pieno di certezze buoniste

rapina2Meglio un cattivo processo che un bel funerale. È quello che io e la mia famiglia, per certi versi egoisticamente, abbiamo pensato durante tutti questi anni. Dieci per la precisione, tanto ci ha messo la giustizia italiana ad emettere un verdetto sul caso di mio padre, il tabaccaio di Piazzale Baracca che nel 2003 uccise un malvivente che aveva tentato di rapinarlo.

All’epoca dei fatti avevo 15 anni. Quel maledetto pomeriggio di maggio ero a casa di un mio amico a giocare a qualche videogame. Sua madre entrò nella stanza e mi disse che dovevo rimanere a casa loro a dormire perché i miei genitori avevano fatto tardi sul lavoro. Dovettero solo stare attenti a non sintonizzarsi, neanche per sbaglio, su qualche telegiornale. Sennò avrei scoperto tutto. Ovviamente la mia famiglia passò tutta la notte in questura. La mattina dopo tornai a casa. C’era qualcosa di strano nell’aria. Troppa gente sotto casa e qualcuno addirittura sul pianerottolo. Avrei scoperto solo dopo che erano tutti giornalisti e che io non gli interessavo, nonostante fossi il figlio del tabaccaio, perché ero ancora minorenne e quindi non potevano intervistarmi. Entrai in casa e vidi tutta la mia famiglia attorno al tavolo, tranne mio padre. «Nico, dobbiamo dirti una cosa – esordì mio fratello maggiore – ma non spaventarti . Stiamo tutti bene fortunatamente. Ieri c’è stata una rapina al bar e c’è stata anche una sparatoria. Il papà sta bene ma adesso è in ospedale perché lo hanno picchiato e ha preso qualche botta alla testa». In quel momento ebbi molta paura. Pensavo mi stessero mentendo per non dirmi subito la verità. «Dov’è papà?», fu l’unica cosa che riuscii a dire. «È in ospedale, sta bene», ribadirono. «Non facciamo scherzi – urlai – mi state dicendo la verità vero?». «Sì, stai tranquillo». «E allora portatemi in ospedale, subito!».

Il resto della storia la lessi anch’io nei giorni seguenti sui giornali. Mio padre era stato malmenato, minacciato di morte, i due rapinatori avevano puntato la pistola prima su di lui e poi su mia madre. Nel bar c’era la cassaforte a tempo e quindi non poteva essere aperta in modo volontario. «Sparagli – urlava al suo complice il ladro non armato per spaventare mio padre – sparagli!». Mio papà mi ha confessato molte volte che in quel momento pensava fosse la fine. «Un’intera vita a lavorare per morire qui, come un cane», mi ha ripetuto spesso. Per fortuna non è andata così. Mio papà in un momento di disattenzione dei rapinatori ha preso la pistola e ha fatto fuoco. Uno dei due è morto poco dopo. Nel caos di quei momenti, tra ambulanze, polizia, curiosi che si accalcavano intorno al locale, mio padre chiedeva di suo figlio più piccolo. Era preoccupato di come avrei avuto la notizia. «Il fiulin ( bambino in dialetto milanese) – diceva a mia madre con un’espressione allucinata – il fiulin!».

A tanti anni di distanza i postumi di quella tragica esperienza sono ancora forti. Mio padre ogni tanto ha ancora gli incubi. L’ansia torna spesso a fare visita a mia madre e a mia sorella. Nel tempo abbiamo ricevuto tanta solidarietà e dovuto mandare giù qualche boccone amaro. Un processo lungo, a tratti paradossale, in cui mio padre era accusato di omicidio volontario. Qualche provocatore che nei giorni seguenti entrava al bar e chiedeva il punto preciso dove era morto il rapinatore per mettere dei fiori o chi sosteneva che avrebbe dovuto sparare alla gambe, come se si ragionasse razionalmente in quei momenti. Alla fine l’assoluzione completa non è arrivata, ma non importa. Sono ancora convinto che un brutto processo sia meglio di un buon funerale.

P.s. La famiglia Petrali è vicina nel dolore ai parenti dell’orefice ucciso ieri a Milano. Se ieri eravamo tutti tabaccai, oggi siamo tutti gioiellieri. Perché ogni volta che sentiamo una notizia del genere muore anche un pezzo di noi.

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di on 23 marzo 2013. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

12 commenti a Lettera su mio padre che si difese e sul gioielliere che non ha potuto farlo

  1. Federico Rispondi

    23 marzo 2013 at 00:32

    Articolo toccante. Ma in che Paese viviamo????

  2. Marco Bianchi Rispondi

    23 marzo 2013 at 01:06

    Sono d’accordo. Quello in cui le persone oneste non possono difendersi da balordi, violenti e assassini senza incorrere nei gangli della “giustizia” non è un Paese civile. Meno civile ancora un Paese in cui la solidarietà va dalla parte di chi ha palesemente torto.

  3. Khali Rispondi

    23 marzo 2013 at 04:18

    Si sa che molte nostre leggi andrebbero modificate. Dato che non sono un’esperta, sarei curiosa di sapere se tante leggi sbagliate siano state fatte dopo il famoso 68.

  4. maurizio Rispondi

    23 marzo 2013 at 09:14

    Apprezzo la diffusa attenzione per il caso e le buone intenzioni che, immagino, potrà avere anche Maroni, per ciò che potrà essere soddisfatto di sua competenza, ma a monte occorre fare i conti con molte leggi inadeguate ed una magistratura orientata SEMPRE e COMUNQUE( basta esaminare TUTTI i fatti di cronaca accaduti recentemente) a FAVORE di chi crea l’ansia da delinquenza. Il Sindaco di New York GIULIANI riuscì ad imporre tolleranza zero perché laggiù la magistratura è COMPLETAMENTE DIVERSA e le LEGGI sono adeguate. E voi vi aspettate che il governo che nascerà, comunque, vorrà mai fare qualcosa di positivo? In Italia?

  5. eloi Rispondi

    23 marzo 2013 at 11:05

    Leggi fatte appositamente per proteggere chi provoca disordini e demolizioni di vetrine e quant’altro, che sono sempre da una parte politica. Un po come quella relativa allo spaccio ed al consumo di droghe, sulla qual cosa la penso in questo modo. Fintanto che esisteranno gli “ubriaconi”, i tossici per l occasione prolifereranno le “osterie”, gli spacciatori.

  6. halnovemila Rispondi

    23 marzo 2013 at 11:49

    sparare alle gambe eh? bell’idea… così questo, mentre sta accasciato al suolo con la pallottola sulla gambe, restituisce il favore… mirando alla testa però.
    Capitasse a me, anche potendo avere la possibilità di scegliere dove sparare, cercherei di essere più letale possibile… non credo che sarebbe una buona idea rischiare di dare la possibilità al delinquente di sparare anche un solo colpo dopo che ho io ho sparato il mio.
    Ma sembra che, in italia, per “capire” questo genere di cose ad una buona parte della popolazione serva un’illuminazione altrimenti non ci arrivano proprio… e non parliamo dei magistrati e delle leggi…
    Che tristezza!
    Tutta la mia solidarietà e affetto al tabaccaio ed alla sua famiglia, e condoglianze sentite ai famigliari del gioielliere.
    Alessio

  7. Gianni Sartor Rispondi

    23 marzo 2013 at 14:41

    Sono stato fra i primi a portare solidarieta’ a Petrali creando una pagina facebook e continuo ad essere solidale con la famiglia Petrali. Io Petrali lo avrei nominato Cavaliere al merito della Repubblica.

  8. Morgellina Rispondi

    23 marzo 2013 at 17:27

    Bellissima lettera… io ho una farmacia e pochi giorni fa mi hanno minacciata, “mi dia i soldi o tiro fuori la pistola… ” ero da sola in chiusura,oltre ad aver temuto il peggio per me, ho sperato ci fosse qualcuno in quel momento con me per potermi difendere… assoluta solidarietà alla famiglia Petrali.

  9. Fabio Bertazzoli Rispondi

    23 marzo 2013 at 20:08

    Ciao Nicolò!
    Complimenti davvero per l’articolo: molto bello e toccante.
    Non dev’essere stato facile scriverlo.
    Un abbraccio.
    Fabio

  10. cristiano Rispondi

    24 marzo 2013 at 18:26

    è ora che certe leggi siano modificate.chi difende il cittadino onesto? la possibilità di difesa non deve essere condannata ma compresa.Alziamo la testa e smettiamola di subire in silenzio!.

  11. painlord2k Rispondi

    26 marzo 2013 at 00:23

    “è ora che certe leggi siano modificate.chi difende il cittadino onesto? la possibilità di difesa non deve essere condannata ma compresa.Alziamo la testa e smettiamola di subire in silenzio”

    L’unico modo per non continuare a piangersi addosso è quello di organizzare dei referendum per abrogare le leggi che non ci piacciono:

    1) Abrogare le parole “, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.” nell’articolo 52 C.P.

    2) Abrogare tutto l’articolo 55 C.P.

    eventualmente qualche esperto potrebbe voler abrogare anche altri articoli che riguardano la materia, tipo quello che punisce la detenzione, il porto e l’uso di armi da fuoco.

  12. Michelangelo36 Rispondi

    27 marzo 2013 at 20:37

    La colpa non è delle leggi ma dell’interpretazione che ne danno i magistrati. La colpa non è della legge che dice che la difesa deve essere proporzionata alla minaccia bensì del magistrato che non ritiene sufficientemente minaccioso il comportamento di un rapinatore armato o che non ritiene arma un martello con il quale egli cerca di sfondarmi il cranio. E questo quando i minacciati sono altri da loro. Loro, per molto meno (magari solo parole dette in anonimato) chiedono subito la scorta armata. Cominciare a negargliela, quella sì sarebbe un’azione efficace e risolutiva.

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