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Se anche Tarantino cade nel politicamente corretto

django-unchained-2013-film-quentin-tarantinoC’è chi l’attribuisce a Vanni Scheiwiller e chi a Giorgio Manganelli. Quel che è certo è che la battuta «Non l’ho letto e non mi piace» sintetizza bene l’irritante atteggiamento con cui tanti, ancora oggi, si relazionano a un’opera dell’ingegno. Naturalmente al verbo “leggere” si può sostituire il verbo “vedere”: quello del “non l’ho visto e non mi piace” è per esempio il criterio di valutazione a cui più volte un critico cinematografico che “tremare il mondo fa” come Goffredo Fofi ha ammesso, non senza menarne vanto, di essersi attenuto. In passato, questa forma particolarmente detestabile di razzismo culturale era legittimata, quantomeno secondo coloro che la praticavano, dall’ideologia e dall’appartenenza politica (meglio se sinistrorsa), le quali autorizzavano il pregiudizio nei confronti di chi si era macchiato di fantomatiche “colpe”, peraltro tutte da dimostrare, tipo superficialità, volgarità e soprattutto uno scarso sostegno alla Causa (con la C maiuscola, è chiaro).

Ora che le ideologie politiche non se la passano troppo bene, in soccorso del “non l’ho letto e non mi piace” (e delle sue varianti) è arrivato quel terribile parassita della mente che va sotto il nome di “correttezza politica”, un sintagma con cui il pensiero dominante si è premurato di ribattezzare la cara vecchia ipocrisia e il sempiterno conformismo. La caratteristica più atroce della correttezza politica è che induce a dire il falso. E, più ancora che a dire il falso, a omettere, plagiando a tal punto le intelligenze che queste ultime non riescono neppure più a capirlo, di stare compiendo un’omissione. Per esempio, se uno facesse notare a un volontario una cosa ovvia, cioè che se lui cerca di spiegare il valore dell’istruzione a una famiglia rom che non manda i figli a scuola lo fa perché disapprova la mentalità di quella famiglia e vorrebbe modificarne le abitudini rendendole più simili alle sue, da lui evidentemente ritenute preferibili a quelle di quei rom, il volontario non lo ammetterebbe mai. La correttezza politica ha prodotto in lui una rimozione. Anzi, una catena di rimozioni.

Tornando a bomba, il più eclatante caso recente di “non l’ho visto e non mi piace” è quello della preconcetta stroncatura di Django Unchained da parte di Spike Lee. Lee ha detto, in buona sostanza: non andrò a vedere il film di Tarantino perché già so che lui ha trattato una materia scottante come lo schiavismo in modo non rispettoso. E invece, a riprova di quanto sia perniciosa la correttezza politica, Spike Lee ha bollato come irriguardoso (e, giustappunto, politicamente scorretto) quello che è forse il lungometraggio più politicamente corretto – e probabilmente meno compiuto, nella sua smisurata ambiziosità – del comunque geniale Quentin, il quale propone in Django una galleria di uomini bianchi uno più stupido, rozzo e malvagio dell’altro (con la sola eccezione del bounty killer tedesco interpretato da Christoph Waltz), laddove i neri fan tutti una gran figura (a parte, forse, la canagliesca versione dello Zio Tom impersonata da Samuel Jackson). L’aberrazione del politicamente corretto ha dunque generato il paradosso per cui, in ossequio alla correttezza politica, Spike Lee ha preventivamente bocciato il film meno politicamente scorretto di Tarantino. Alla fine, a farne le spese sono stati soprattutto i bambini: la ditta americana NECA ha infatti ritirato dal commercio, in seguito alle proteste di alcune associazioni per i diritti civili (e, immaginiamo, per la gioia ottusa di Spike Lee), tutti i giocattoli ispirati a Django Unchained. La correttezza politica, insomma, danneggia perfino gli innocenti. È peggio di Erode.

 

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di on 17 febbraio 2013. Filed under Spettacoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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