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L’amore al tempo dei gulag, ossia un angolo di letteratura

Stare in un lager nazista o in un gulag sovietico anche solo per pochi mesi è già – di per sé – un’esperienza estrema. Ma negli ultimi anni si è sviluppato un filone storiografico che va a recuperare e a raccontare delle storie che vanno ancora oltre. Storie di estremo nell’estremo. Come Il veterano di Carl Schrade (edito in Italia da Donzelli), l’autobiografia di un uomo che ha raggiunto l’impressionante record di permanenza in campi di concentramento nazisti (undici anni, dal 1934 al 1945). Come Prigioniera di Stalin e Hitler (il Mulino) di Margarete Buber-Neumann, donna prima internata in Siberia dai russi, poi portata dai nazisti nel lager tedesco di Ravensbrück, o come Auschwitz. Ero il numero 220543 (Newton Compton) di Denis Avey, l’inglese che nel ’44 entrò volontariamente ad Auschwitz fingendosi ebreo.


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Appartiene a questo filone il capolavoro di Orlando Figes appena edito da Neri Pozza: Qualcosa di più dell’amore. Un libro in cui il grande storico inglese racconta la storia vera di Lev Glebovic e Svetlana (Sveta) Aleksandrovna, e della forza invincibile del loro amore. I due si conoscono nel 1935 alla facoltà di fisica dell’università di Mosca, si innamorano e si fidanzano. Ma nel giugno del 1941 inizia la campagna di Russia di Hitler e Lev viene reclutato nell’esercito sovietico. Viene catturato dai tedeschi e usato come interprete, perché conosce sia il russo che il tedesco. Più volte viene messo sotto pressione dai tedeschi, che vogliono convincerlo a diventare una spia e a unirsi al loro esercito come ufficiale, ma Lev si rifiuta e fugge dal campo di lavoro di Oschatz. Catturato di nuovo, viene trasferito nel campo di concentramento di Buchenwald. Dopo la Liberazione un maggiore dell’esercito americano tanta di convincerlo a emigrare negli Stati Uniti, dove probabilmente avrebbe trovato un lavoro prestigioso come fisico nucleare. Lev però vuole tornare a Mosca dalla donna che ama, e rifiuta. Ma ci sono dei testimoni che l’hanno sentito più volte parlare in tedesco con i nazisti, dunque viene accusato di “tradimento della madrepatria” e condannato a dieci anni di lavori forzati nel gulag di Pecora, in Siberia.

Sveta, nel frattempo, lo aspetta. Andrà a trovare Lev nel gulag per quattro volte, la prima volta clandestinamente, poi con il permesso delle autorità. Soprattutto, i due si scrivono – negli anni della prigionia di Lev – 1246 lettere (647 di Lev, 599 di Sveta), che sono state conservate (le più interessanti sono riportate nel libro di Figes) e che costituiscono di gran lunga il più grande epistolario legato alla storia dei gulag. Lettere d’amore struggenti, ma anche documenti storici fondamentali che ci informano sulla vita nei gulag e sugli ambienti moscoviti del dopoguerra.

Il 17 luglio del 1954, dopo otto anni e quattro mesi di gulag, Lev viene liberato. Cominciano per lui le difficoltà di reinserimento nella società. In Unione Sovietica l’ex detenuto politico è marchiato d’infamia per tutta la vita, e fatica a trovare lavoro, al punto che ci furono casi di ex detenuti che dopo alcuni mesi di libertà addirittura tornavano in Siberia nel gulag come lavoratori volontari. La storia di Lev e Sveta ha un lieto fine. Sveta aveva aspettato l’uomo che amava per 14 anni, dai 24 ai 39 anni. Quanto a Lev, riuscì a sopravvivere grazie al pensiero che un giorno avrebbe riabbracciato la donna della sua vita. E poi c’era il cielo della Siberia, “l’unica via di fuga dal campo”, nella “bellezza delle luci nordiche e nella vasta distesa delle stelle”.

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di on 19 febbraio 2013. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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